Lunedì 21 Settembre 2020

Coronavirus e nodi che vengono al pettine

Ci eravamo ripromessi come Sindacato italiano Commercialisti di limitare i nostri interventi, anche per rispetto di tutti coloro che hanno perso la vita in questo drammatico momento. In primis il personale medico-sanitario e, purtroppo, anche alcuni Colleghi.  

Ma l’attuale emergenza sanitaria sta mettendo a nudo tutto il nostro sistema paese ed un intero sistema di relazioni tra popoli. Vengono al pettine le debolezze della pubblica amministrazione, del nostro sistema sanitario, dei rapporti con l’Europa; la fragilità della nostra classe politica e del nostro sistema economico. Formato da imprese estero-dipendenti, sottocapitalizzate ed alla ricerca di un proprio percorso di crescita che fatalmente diverrà lotta per la sopravvivenza nei prossimi mesi.

Il Governo si è operato per mettere in campo una serie di misure che tuttavia difettano sotto diversi profili. Il primo è quello della ridondanza normativa. Vero è che affrontare una pandemia mondiale come quella attuale avrebbe messo in difficoltà chiunque, ma noi Commercialisti che dobbiamo studiare, interpretare ed   applicare operativamente norme e regolamenti attuativi, non siamo stati minimamente coinvolti nella loro gestazione ed ora ne verifichiamo limiti, iniquità e difficoltà applicative.

Pervade, sia nel D.L. 18/2020 che nel D.L. 23/2020, un’impostazione burocratica che appesantisce i processi, soprattutto nella gestione della Cassa Integrazione (andava prevista un’unica forma di sostegno per tutti e senza accordi sindacali) e delle indennità economiche ai lavoratori autonomi (per la cui richiesta, paradossalmente, non possiamo ancora operare come intermediari abilitati nonostante quanto già pubblicamente promesso!).

Troppi provvedimenti collegati da studiare e trasferire ai clienti tutti i giorni (con rischio di errore elevato), troppe incertezze sui pagamenti (e sulle coperture economiche), troppo uguale a sé stesso il fisco italiano che non muta il proprio atteggiamento miope ed intransigente neanche in queste condizioni eccezionali. Di sicuro non appare il “fisco amico”, come ci viene talvolta rappresentato.

Ci limitiamo a criticare l’imposta di bollo già assolta sui verbali di accordo sindacale, la paventata prosecuzione di due anni del periodo di possibile accertamento fiscale a fronte di pochi giorni di sospensione dell’attività accertativa (la cui marcia indietro sul punto si è avuta proprio grazie al “pressing” del mondo professionale), il caos sospensione delle scadenze (non per tutti e con calcoli dispendiosi da parte nostra), l’esclusione degli avvisi bonari, il credito d’imposta sugli affitti riconosciuto soltanto ai locatari detentori di immobili di categoria C/1 (tutti gli altri sono figli di nessuno!), l’indennità economica di € 600,00 riconosciuta con limitazioni reddituali e solo ad alcuni professionisti, la misera riduzione dell’acconto 2020 del 20% o la mancata proroga della possibilità di trasmettere la fattura elettronica oltre i 12 giorni dall’effettuazione dell’operazione.

Nel caso degli accordi sindacali (i sindacati) ed in tale ultimo caso l’Ade, dovranno stabilire di volta in volta se ricorre il caso di forza maggiore dopo quasi 100.000 persone positive al virus, 18.000 deceduti e con quasi tutte le attività produttive italiane chiuse da più di 15 giorni… (!) E’ veramente incomprensibile. Esiste già l’articolo 6, comma 5, del D.Lgs. 472/97 che fa parte del nostro ordinamento giuridico e che prevede la non punibilità del contribuente per causa di forza maggiore: non crediamo che occorra un provvedimento normativo per accertarla nelle condizioni attuali.

E fra le attività chiuse ci sono anche le banche che operano a scartamento notevolmente ridotto, con difficoltà di non poco momento ad acquisire e processare le pratiche per la sospensione di mutui e finanziamenti.  

Anche dal punto di vista degli interventi di carattere finanziario posti in campo dal c.d. D.L. “liquidità”, nonostante la misura definita “poderosa” dal nostro Presidente del Consiglio con 350 miliardi di Euro messi a disposizione dallo Stato italiano per garantire finanziamenti che le imprese possono contrarre, non è operazione immune da censure.

La prima: è una promessa al momento sub-condicio perché si aspetta l’autorizzazione dell’Europa, oltre agli esiti positivi delle istruttorie bancarie che necessariamente ci saranno, con alla base lo stesso bilancio 2019 che gli Istituti già stanno sollecitando, ignorando le difficoltà del momento.

Poi, sono settimane che si dice: “dobbiamo immettere nel sistema liquidità immediatamente”, ma dopo circa un mese non è stato immesso ancora nulla nelle tasche degli italiani e delle imprese. Ed ecco dunque che la crisi sta rapidamente mutandosi in crisi da domanda.

La sensazione è che alle nostre imprese, già in precario equilibrio finanziario, gli si stia dando la possibilità di aumentare l’indebitamento pur nella consapevolezza che ci sarà un calo sostanzioso e certo di fatturato per tutte. E se è vera questa premessa, forse questo provvedimento faciliterà il loro default medio-tempore.

E allora sarebbe stato forse opportuno un mix di interventi finanziari oltre a quello già messo in campo e facciamo riferimento a:

·        immediato pagamento dei debiti dello Stato alle proprie imprese fornitrici;

·        contributi a fondo perduto condizionati (a quelle imprese impegnate nel mantenimento dei livelli occupazionali o nello sviluppo di investimenti strategici);

·        ricorso dello Stato, anche attraverso la Cdp, allo strumento del prestito partecipativo (con miglioramento dei ratios aziendali e senza appesantimento dei conti economici);

·        facilitazioni fiscali per incentivare il ricorso all’equity.

Aggiungiamo anche che nei riguardi dell’Europa avremmo potuto richiedere i contributi restituiti alla stessa perché non impiegati in finanziamenti comunitari (pari secondo una stima molto prudenziale a circa 58 miliardi di Euro). Non avremmo peggiorato l’indebitamento del nostro Stato, né la nostra spesa per interessi passivi.

Insomma, anche in questo tragico periodo nel corso del quale tutto sembra sospeso – la vita sociale ed associativa, l’economia e finanche le nostre libertà – la disponibilità del Paese ad accettare le restrizioni non nasce dalla fiducia nel Governo, come detto non immune da critiche, ma dalla paura del virus.

E tutto quello che abbiamo già proposto in sede di emendamenti al D.L. 18/2020 insieme alle altre sigle sindacali della nostra Categoria auspichiamo che trovi almeno in parte ricezione nei prossimi provvedimenti già annunciati.

Scongiuriamo una qualsiasi imposta patrimoniale perché il carattere espropriativo di tale misura non è mai giustificato neanche in condizioni straordinarie come quelle attuali. Piuttosto creiamo le condizioni facilitanti perché i soggetti più facoltosi possano aprire la loro “cassaforte” investendo nel sistema produttivo italiano, creando occupazione e benessere diffuso.

Basterebbe ad esempio un credito d’imposta condizionato o un dimezzamento delle attuali aliquote fiscali per i primi 5 anni.

O diamo la possibilità ai contribuenti di far emergere (tassandoli questa volta sì), i risparmi nascosti.        

Ma in questo mare di incertezze, difficoltà e di crisi economica da domanda, va certamente un plauso a tutti i medici ed infermieri italiani che vogliamo ricordare.

Almeno in questo momento, la parte migliore del Paese.    


10 Aprile 2020                                  

Per Sindacato italiano Commercialisti
Il Comitato Direttivo


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